di Giovanni Giacalone

La vicenda del rilascio di Silvia Romano continua a far discutere: da una parte infatti c’è chi sostiene che per il suo rilascio sia stato pagato un riscatto che si aggirerebbe attorno ai $4 milioni (compreso il gruppo al-Shabaab che lo ha confermato in un’intervista al quotidiano “Repubblica”), dall’altra c’è invece chi nega, come ad esempio le Istituzioni italiane che non confermano il pagamento; del resto quale Paese serio ammetterebbe di aver versato soldi a un’organizzazione terroristica?

Ci sono poi ulteriori ipotesi che se confermate sarebbero talmente gravi da far passare il pagamento di un riscatto come una “ragazzata”. È il caso di quanto teorizzato dal giornalista Massimo Alberizzi e dalla collega Monica Mistretta in un articolo di “Africa Express” del 20 maggio. In sunto, il riscatto non sarebbe stato pagato dall’Italia, ma dal Qatar “che in Somalia ha creato una notevole rete di informatori. Alleato dei turchi e degli italiani in Libia, amico dell’Iran, con cui Roma intrattiene ottimi rapporti (vedi i voli che in piena crisi sanitaria Covid-19 continuano a collegare Teheran a Malpensa)”.

In cambio della propria mediazione, il Qatar avrebbe ottenuto il “via libera” da Roma per il trasporto dell’uranio sul quale Doha ha da tempo messo le mani, precisamente nelle miniere delle regioni di Mudug e Galgadug. Cosa ci fa però il Qatar con l’uranio se non ha centrali nucleari? Semplice, lo vende all’Iran che può così utilizzarlo per il proprio programma nucleare, con “gioia” di Usa e Israele. Sempre secondo l’articolo di Alberizzi e Mistretta, un ruolo chiave nella trattativa col Qatar sarebbe stato svolto dal capo dell’Aise, il generale Luciano Carta, che il 20 maggio diventava presidente di Leonardo.

È un’ipotesi un po’ contorta ma senza dubbio di grande interesse anche perché, se confermata, farebbe assumere all’Italia tutte le sembianze di uno “Stato canaglia” che in qualche modo contribuisce, seppur indirettamente, all’approvvigionamento di uranio all’Iran, oltre ad andare a braccetto con Paesi ampiamente accusati di supportare l’islamismo radicale e il terrorismo, come Qatar e Turchia. Una panoramica che farebbe quasi rimpiangere l’ipotesi del pagamento di un riscatto.

Ci sono però alcuni aspetti da tenere in considerazione. In primis perché mai il Qatar avrebbe bisogno del “OK” dell’Italia per trasferire uranio da miniere che sono già sotto il controllo di Doha? L’Italia in Somalia conta oramai veramente poco, come illustrato dallo stesso Alberizzi, al punto che non ha più nemmeno le reti di informatori una volta invidiate da tutti. Perché mai poi il Qatar dovrebbe rischiare andando a vendere uranio all’Iran in un momento in cui è anche sotto l’occhio del ciclone a causa del sostegno a Fratellanza e jihadisti in Siria, quando Teheran ha già i propri canali di rifornimento?

Che senso ha chiedere poi all’Italia il sostegno ad al-Serraj e ai Fratelli Musulmani in Libia, quando Roma è già da tempo al fianco del Gna e della Fratellanza, al punto che recentemente l’Lna ha persino accusato l’ospedale militare italiano di Misurata di curare jihadisti? L’Italia è poi nota a livello internazionale per il pagamento dei riscatti (cosa non apprezzata da Usa e Uk), dunque non sarebbe certo una grande sorpresa.

Giovanni Giacalone

Laureato in Sociologia (Università di Bologna), Master in “Islamic Studies” (Trinity Saint David University of Wales), specializzazione in “Terrorism and Counter-Terrorism” (International Counter-Terrorism Institute di Herzliya, Israele). È analista senior presso l’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies (Università Cattolica di Milano) e il Kedisa-Center for International Strategic Analysis. Docente in ambito sicurezza per security manager, forze dell’ordine e corsi post-laurea.