di Stefano Graziosi

Due settimane fa, il Dipartimento di Giustizia americano ha lasciato cadere le accuse contro il generale Mike Flynn. La mossa ha rappresentato un duro colpo agli ultimi scampoli del Russiagate, determinando inoltre una feroce polemica tra repubblicani e democratici. Se questi ultimi hanno accusato il ministro della Giustizia William Barr di partigianeria, i primi hanno invece puntato il dito contro l’Fbi: colpevole, secondo loro, di aver agito in modo politicizzato per colpire Flynn e conseguentemente Donald Trump. In tal senso, l’attuale presidente americano ha rispolverato la sua vecchia tesi, secondo cui Barack Obama avrebbe ordito un vero e proprio complotto ai suoi danni: accusa che Trump ha adesso significativamente ribattezzato “Obamagate”. Un’accusa che – ricordiamolo – l’inquilino della Casa Bianca ha iniziato a brandire, dopo che – l’anno scorso – l’inchiesta del procuratore speciale per il Russiagate, Robert Mueller, si era conclusa di fatto in una bolla di sapone. Ora, i democratici e gran parte dei media americani bollano la faccenda come mera teoria cospiratoria.

Peccato che le cose non stiano esattamente così. È senz’altro vero che, al momento, non sia stata reperita una “pistola fumante”, in grado di provare con assoluta certezza un uso improprio dell’Fbi da parte di Obama. Tuttavia parlare di complottismo è inesatto, perché – nonostante debba essere ancora verificata appieno – la teoria di Trump gode di elementi che – ad oggi – la stanno corroborando. Vediamoli nel dettaglio.

1. Alla fine dello scorso aprile, sono state diffuse alcune pagine di email, con cui gli agenti che si accingevano ad interrogare Flynn il 24 gennaio 2017 si consultavano sull’approccio da tenere. In una di queste pagine, appaiono delle note scritte a mano. E una di esse recita come segue: “Qual è l’obiettivo? Verità/ammissione o indurlo a mentire, così che possiamo incriminarlo o farlo licenziare?”. In altre parole, gli agenti volevano appurare la verità sulle presunte collusioni tra il generale e il Cremlino o volevano semplicemente incastrarlo per infliggere un colpo politico a Trump? A tal proposito, vale la pena ricordare come, tra i principali agenti dell’inchiesta sul comitato elettorale di Trump, figurasse Peter Strzok: colui che, in un messaggio scambiato con la propria amante, si impegnava – nel pieno della campagna elettorale del 2016 – a bloccare l’ascesa politica dell’allora candidato repubblicano. “Lo fermeremo”, scrisse.

2. Due settimane fa, la Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti ha pubblicato un’ingente mole di documenti. Si tratta soprattutto delle trascrizioni delle audizioni che la commissione condusse a porte chiuse, tra il 2017 e il 2018, proprio sulle origini dell’inchiesta Russiagate. Ebbene, i principali funzionari dell’amministrazione Obama che sono stati ascoltati hanno detto di non aver posseduto “evidenze empiriche” di una collusione tra Trump e Mosca. Parliamo, tra gli altri, dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale, Susan Rice, dell’ex ministro della Giustizia, Loretta Lynch, e dell’ex Director of National Intelligence, James Clapper. Tutto questo, mentre l’ex direttore ad interim dell’Fbi, Andrew McCabe, ha dichiarato di non essere certo dell’accuratezza del Dossier Steele: il documento – poi fortemente screditato – che in origine rappresentava l’architrave dell’inchiesta Russiagate. Insomma, se i vertici dell’amministrazione Obama, l’allora capo dell’intelligence e uno degli esponenti di spicco dell’Fbi hanno ammesso di non avere prove effettive di una collusione, su quali basi l’indagine è stata condotta?

3.Stando a quanto da lei stessa raccontato nel corso di una testimonianza al team di Mueller nell’agosto 2017, l’ex viceministro della Giustizia, Sally Yates, ha saputo direttamente da Obama delle intercettazioni del generale Fynn, durante un meeting del 5 gennaio 2017 alla Casa Bianca: meeting a cui parteciparono  anche l’allora vicepresidente Joe Biden e il direttore dell’Fbi, James Comey. La Yates ha inoltre aggiunto di essere rimasta “sorpresa”. Più che comprensibile, visto che – almeno in teoria – il Bureau dovrebbe rispondere al ministero della Giustizia. Eppure, come detto, non solo la Yates è stata avvisata dal presidente a cose fatte. Ma la stessa Loretta Lynch ha ammesso di non possedere all’epoca prove di collusione. Questa strana circostanza lascia aperta una domanda: il Dipartimento di Giustizia è stato indebitamente aggirato dal presidente?

4. Il 4 gennaio del 2017 l’Fbi aveva chiuso l’indagine sul generale Flynn, sostenendo di non aver reperito “informazioni dispregiative” sul suo conto (ricordiamo che le conversazioni controverse con l’ambasciatore russo erano avvenute alla fine del dicembre 2016). Ciononostante, neppure 24 ore dopo la chiusura, l’indagine venne riaperta dai piani alti del Bureau. Per quale ragione?

5. Pochi giorni fa, dei senatori repubblicani hanno diffuso una lista – originariamente secretata – contenente i nomi di coloro che, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, hanno chiesto di svelare l’identità di Flynn nelle conversazioni intercettate con l’ambasciatore russo. Generalmente, quando compare un cittadino americano mentre si sorveglia un target straniero, l’identità del primo viene occultata per motivi di privacy. Nel caso tuttavia si riscontri una valida motivazione, è possibile chiedere un suo smascheramento. Secondo i critici di Trump, la pratica (nota come “unmasking”) non sarebbe di per sé controversa. Si tratta di un’operazione di routine, condotta migliaia di volte nell’arco di un anno. Inoltre, proseguono i critici del presidente, chi chiede il disvelamento non conosce per definizione in anticipo l’identità dell’intercettato. Tutto questo è senz’altro vero. Ma ci sono alcuni aspetti che vanno comunque sottolineati.
In primis, il problema principale riguarda un fatto ben preciso: nella lista recentemente diffusa potrebbero esserci i responsabili del fatto che la notizia (classificata) delle conversazioni tra Flynn e l’ambasciatore russo sia stata illegalmente trasmessa al “Washington Post”. “Washington Post” che, non a caso, la diffuse in un editoriale del 12 gennaio 2017, provocando un terremoto politico per l’amministrazione Trump (che stava per insediarsi). In secondo luogo, un punto controverso riguarda la quantità e la qualità dei soggetti inclusi in questa lista. Si tratta infatti non solo di un elenco numeroso (39 persone) ma composto anche spesso da figure con ruoli insoliti. Generalmente infatti ad avanzare richieste di “umasking” sono funzionari investigativi. Nella lista invece compaiono anche diplomatici (tra cui l’ex ambasciatore americano in Italia, John Phillips) e politici. In particolare, tra questi ultimi figurano Joe Biden e l’allora capo dello staff della Casa Bianca, Denis McDonough. E, anche qui, sorgono delle domande. Perché Biden inoltra una simile richiesta il 12 gennaio (lo stesso giorno dell’editoriale del “Washington Post” e ad appena 8 giorni dall’insediamento della nuova amministrazione)? Ma soprattutto perché il capo dello staff, Denis McDonough, si interessa di intercettazioni, avanzando la propria richiesta di “unmasking” il 5 gennaio? Lo stesso giorno, cioè, del meeting alla Casa Bianca su Flynn e – guarda caso – sette giorni prima dell’editoriale del “Washington Post”?

Stefano Graziosi

Laureato in Filosofia politica (Università Cattolica di Milano) con una tesi su Leo Strauss. Si occupa di politica internazionale collaborando con "La Verità" e "Panorama". Nel 2018, ha pubblicato il libro Apocalypse Trump. Un presidente americano tra Mao & Andreotti (Edizioni Ares).