di Leonardo Comucci

Agricoltura, ristorazione, turismo, eventi fieristici, sono solo alcuni dei molti settori merceologici che devono fare oggi i conti con l’impatto prolungato del lockdown che da fine febbraio ha bloccato l’Italia. Con fatturati azzerati e costi fissi spesso incomprimibili, molte aziende agricole oggi rischiano di essere messe fuori gioco dal mercato, soprattutto se il supporto della liquidità in arrivo da governo e banche non sarà sufficiente o non arriverà in tempo. E questa prolungata chiusura è destinata inevitabilmente a riflettersi sui futuri bilanci delle aziende vitivinicole, soprattutto tra i piccoli produttori, dove il blocco delle vendite è arrivato fino al 90%. A questo si aggiunge una tensione finanziaria sempre più evidente per un settore che ha necessità di cominciare a lavorare proprio ora tra i campi, ma che allo stesso tempo non riesce a incassare i pagamenti pregressi.

Cerchiamo di capire meglio quale è la situazione e le problematiche del settore vino, uno dei pilastri dell’export dell’economia italiana. Una premessa è però necessaria: non è mai semplice comprendere pienamente l’entità dei problemi che attanagliano il settore vino già da prima dell’avvento del Coronavirus, forse per una innata convinzione che il vino italiano sia un comparto sempre e comunque in controtendenza rispetto alle crisi economiche e che sia sempre stato in grado di difendersi al meglio. Oggi, però, quelle convinzioni sono lontani ricordi e nascondere i problemi che sono esistiti fino ad ora e soprattutto quelli che a seguito dell’emergenza economica si manifesteranno ancora di più, sarebbe un gravissimo errore; così come pure sarebbe sbagliato evidenziare le problematiche esistenti in contesti sbagliati.

Iniziamo da un primo dato oggettivo: ormai quasi la metà delle imprese del vino italiane hanno bilanci in rosso. La causa principale è da ricercare nel crollo del valore delle uve. Il corollario a questo dato è che vi sono regioni vitivinicole italiane dove la crisi appare sempre più forte e non sono solo le denominazioni meno note. I consorzi, sistema vincente fino a ieri dell’Italia del vino, diventano sempre più ring infuocati dove i produttori si accusano, con fatture alla mano, di prezzi insostenibili dell’uva e del vino che di fatto minano la sostenibilità economica della maggioranza delle aziende. E purtroppo non si tratta solo di prezzi bassi fissati dalle grandi aziende, dagli industriali e cooperatori, ma in mezzo vi sono anche molte, troppe, piccole realtà, spesso costrette a rincorrere un prezzo di vendita delle uve in rimessa sperando di poter recuperare negli anni futuri, in un gioco al massacro che ogni anno lascia sul campo le aziende meno solide e organizzate.

Eppure ci sono le denominazioni apparentemente vincenti in Italia e all’Estero. Potremmo pensare all’Amarone della Valpolicella, ad esempio, capace negli anni di costruirsi una immagine di solidità; oggi, invece, l’eco delle divisioni dei produttori è diventata notizia di dominio pubblico minandone indirettamente anche le vendite all’estero. Non molto diversa la situazione anche di sua maestà Prosecco, la bollicina italiana nel Mondo, con aziende che con un velo di omertà denunciano sottovoce una situazione di prezzi insostenibile e ingiustificata.

Le aziende produttrici del vino ormai in vendita non si contano più. Se a questo aggiungiamo le aziende che già sono passate di mano in questi ultimi mesi, si può facilmente capire che il silenzio e la mancanza di coesione delle parti in causa non paga più.

Certo è che assistiamo a una Italia del Vino a due velocità. Le piccole imprese stritolate in un sistema più grande delle loro possibilità, basato su vendite a basso prezzo nonostante prodotti di alta qualità, senza troppi investimenti nel marketing e con la presenza sui mercati esteri, indispensabili per sopravvivere, basata su pochi e rischiosi importatori, con manager che cercano di innovare migliorando la qualità del prodotto finito ma con un sistema Paese che non è in grado di comunicare dove le aziende vinicole devono investire, in termini di nuovi vitigni o tipologie di vino, soprattutto per anticipare il gusto e le richieste del mercato internazionale. Sono comunque per fortuna ancora tante le realtà medio-piccole vitivinicole italiane che sono riuscite a cambiare in meglio una campagna che stava subendo l’abbandono e che, fino ad oggi, sono riuscite a sopravvivere, soprattutto quelle con dimensione familiare, grazie al turismo enogastronomico, alle vendite in cantina, agli eventi e spesso ad una invidiabile disponibilità di accoglienza.

Poi ci sono le grandi imprese vitivinicole, presenti da molte generazioni nel settore vinicolo, strutturalmente organizzate per competere sui mercati esteri, gli unici mercati dove ancora è possibile fare degli interessanti guadagni, con grandi investimenti sul marketing, sulla ristorazione di alta qualità e in grado di resistere nel breve periodo con enormi sacrifici sperando nella ripresa del settore.

È sicuramente necessario che l’Italia del vino nel suo complesso, senza eccezioni, (nessuna categoria del sistema produttivo può sentirsi non responsabile e non coinvolta a vario livello in questa situazione) sia più trasparente, senza nascondersi dietro inutili gelosie e, oggi ancora di più con la crisi che si sta già facendo sentire, sarà necessario fare sistema per avere la forza, nei giusti contesti, di confrontarsi per il bene stesso del nostro sistema vitivinicolo.

Oggi, su questa Italia del Vino con i suoi tanti piccoli imprenditori molto operosi e poco restii a rendere noti i problemi che li riguardano, con i problemi strutturali appena analizzati, interviene l’uragano del lockdown.

Le soluzioni “agricole” , al di là dei soliti interventi sotto forma di incentivi, crediti di imposte, rimodulazione di alcune tasse e in generale di aiuti governativi, sono poche e ben delineate come già successo nei periodi di grande crisi: distillazione, vendemmia verde, riduzione delle rese produttive. Queste sono le uniche misure percorribili in questa fase di cortocircuito del mercato del vino, stretto tra giacenze e nuova vendemmia all’orizzonte da un lato, e una domanda in netto calo dall’altro.

L’obiettivo è ancora una volta quello di cercare di ridurre la pressione dell’offerta sui prezzi. Ma come sempre non è facile far comprendere ad un produttore, soprattutto se abbiamo davanti una impresa agricola medio-piccola, che l’unica soluzione è l’ipotesi di distruggere il prodotto giunto a maturazione vanificando parte degli investimenti e soprattutto del lavoro effettuato durante l’anno. La situazione è molto complicata e finché non ripartirà la ristorazione con un turismo di qualità, il settore sarà in grande difficoltà. Le aziende, e penso soprattutto a quelle più piccole e meno strutturate, hanno i costi della gestione dei vigneti ma non hanno incassi; conseguentemente, al pari di altri settori che sono chiusi, il settore agricolo vitivinicolo è costretto ad essere aperto ma con i problemi di liquidità derivanti anche dalla mancanza di flussi turistici legati all’enogastronomia e alla vendita diretta in cantina, che comunque hanno sempre rappresentato negli anni una buona boccata di ossigeno per i bilanci delle aziende.

E poi c’è un altro problema pratico che deriva dalla necessità dello stoccaggio delle bottiglie; con le cantine già piene rischia di non esserci lo spazio per la nuova produzione. L’alternativa che emerge tra i produttori più organizzati è sempre quella della distillazione che consente di ridurre gli stock in cantina e al tempo stesso fornire una minima liquidità alle imprese rispetto a ipotesi come la vendemmia verde o la riduzione delle rese produttive. Rimangono però anche i dubbi su quale annata andare ad intervenire: quella in cantina che ahimè soprattutto per i vini bianchi di pronta beva rischia di tramutarsi inesorabilmente soltanto in un costo per l’azienda (tra costo vivo sostenuto per la raccolta, l’imbottigliamento e lo stoccaggio) e la vendemmia targata 2020 che sarà venduta sul mercato tra minimo un anno e mezzo o due e che potrebbe essere la vendemmia del rilancio quando e se il mercato sarà in grado di ripartire.

E se parliamo di ripartenza dobbiamo necessariamente pensare ad una grande azione promozionale istituzionale dedicata ai mercati esteri sul vino italiano senza distinzione tra tipologie e aree geografiche. Serve una grande terapia d’urto per riconquistare i mercati.

Andando ad analizzare infine la situazione di una regione “impegnata nel vino” come la Toscana. Ritroviamo tutti i problemi strutturali dell’Italia vitivinicola che oggi sono amplificati dall’emergenza Covid 19. Le aziende vitivinicole, senza gli indispensabili introiti garantiti dalle vendite di vino e dall’attività di accoglienza, si trovano a fronteggiare una forte crisi di liquidità, mettendo a rischio non solo i propri bilanci, ma anche e soprattutto la propria sopravvivenza. Il conseguente clima di sfiducia e preoccupazione hanno già portato a un forte e progressivo rallentamento degli ordini di vino, con gravi ripercussioni sul mercato nazionale e soprattutto su quello più redditizio internazionale. La situazione in questa regione è ancor di più aggravata dal blocco totale dei flussi turistici che sta avendo conseguenze importanti anche sul settore vitivinicolo. Le aziende infatti vedono azzerarsi anche gli introiti spesso molto significativi provenienti da attività enoturistiche, agrituristiche e di vendita diretta, con ulteriori evidenti conseguenze nei flussi di cassa e nel deterioramento del quadro economico e finanziario.

Leonardo Comucci

Laureato in Economia (Università di Firenze), ex ufficiale della Guardia di Finanza, revisore legale, giornalista pubblicista e abilitato alla professione di Dottore Commercialista. Si occupa del mondo del vino da oltre venti anni, come insegnante di degustazione e analista dell'economia delle aziende vitivinicole.