di Emanuele Mastrangelo

La frase è passata per lo più inosservata, nonostante sia stata ripresa come virgolettato perfino dal “Corriere della Sera”, nuovo organo ufficiale del femminismo in Italia: questo è il «momento in cui si riscrivono le regole fondanti della società che verrà consegnata alle future generazioni». Il passaggio è quello conclusivo della mozione a prima firma della senatrice Valeria Valente (PD), depositata lo scorso 5 maggio (Atto n. 1-00229) con lo scopo di impegnare il governo a rivedere la composizione della pletora di commissioni che ha convocato in maniera da includere al loro interno un maggior numero di donne.

Problemi urgenti, secondo le firmatarie della mozione (tutte donne, per lo più esponenti del PD insieme a qualche esponente del M5S, e poi di LEU, Italia Viva, STV e +Europa). Ma la frase citata in testa avrebbe dovuto far sorgere qualche domanda. Ovvero, grazie a essa scopriamo che le commissioni – o task force come piace chiamarle ora – non sarebbero solo organismi consultivi temporanei, voluti dall’esecutivo per «disegnare il percorso che porterà l’Italia alla normalità», come scriveva “Il Fatto Quotidiano” illustrando la commissione delle commissioni guidata da Vittorio Colao e convocata lo scorso 11 aprile. Scopriamo che i 450 «esperti» a vario titolo inclusi dal governo nelle 15 commissioni avranno un compito ben più ambizioso che traghettare il Paese fuori dalle secche di questa emergenza. Esse dovranno disegnare una «nuova normalità» la cui ombra è destinata ad allungarsi anche nel medio-lungo periodo.

Insomma, se le parole della mozione della Valente corrispondono alla reale entità del compito assegnato a queste commissioni, ci si trova davanti a una sorta di “assemblea costituente” informale e non eletta, ma alla quale è richiesto forgiare strumenti giuridici, sociali ed economici di ampio respiro, tali da influenzare non solo i prossimi mesi, ma addirittura «le future generazioni».

E il Parlamento in tutto questo? Assisterà passivo? Si trasformerà solo in una camera plebiscitaria, il cui compito sarà accogliere per acclamazione? O rischiare di respingere le proposte delle commissioni, ma sotto la forca caudina dello strumento della “fiducia”, bestia nera per tutti quei parlamentari che temono le urne come fine irrimediabile alla loro carriera politica?

Che le crisi siano considerate “opportunità” da molti ideologi è una cosa nota. Così com’è noto che molti vorrebbero approfittare dello smarrimento del popolo, della limitazione alle libertà costituzionali – compresa quella di manifestazione del dissenso in pubblico – e della paura di un nemico invisibile per imprimere alla società svolte altrimenti difficilmente digeribili, come per esempio la fine del contante oppure l’introduzione surrettizia di “termini & condizioni” per le quali i diritti costituzionali possono essere limitati o sospesi aggirando la riserva assoluta di legge prevista dai Padri Costituenti.

Alla luce di questi sospetti è urgente che si faccia chiarezza e si metta nero su bianco quale debba essere il vero ruolo delle commissioni governative, e se la frase della mozione Valente sia solo un’esagerazione da mosche cocchiere oppure un lapsus sfuggito dalla chiostra dei denti che annuncia una vera intenzione di sconvolgere l’assetto della nostra società, «esternalizzando la democrazia» (per usare una definizione quanto mai efficace del giornalista Claudio Messora) nelle mani di una tecnocrazia di esperti non eletti e irresponsabili verso la sovranità popolare.

Emanuele Mastrangelo

Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (tra cui Wikipedia. L'enciclopedia libera e l'egemonia dell'informazione con Enrico Petrucci) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.