di Stefano Graziosi

 

C’è un problema che caratterizza la grande stampa americana: il doppiopesismo. Un problema non certo nuovo ma che, nelle ultime settimane, è tornato vivacemente alla ribalta.

Lo scorso 25 marzo, il candidato democratico, Joe Biden, è stato accusato di aggressione sessuale da una sua ex collaboratrice, Tara Reade: nel dettaglio, il fatto avrebbe avuto luogo nel 1993. Il comitato elettorale dell’ex vicepresidente ha smentito seccamente la cosa, parlando di “accuse false”. Ora, è chiaro che, sotto il profilo penale, sarà l’autorità giudiziaria a doversi occupare di stabilire se quanto sostenuto da Tara Reade corrisponda al vero. Il punto su cui soffermarsi non attiene quindi all’ambito penale ma a quello politico-mediatico. Perché, almeno sino ad oggi, Biden ha ricevuto – sotto questo aspetto – un trattamento ben diverso da quello riservato, nel settembre del 2018, al giudice conservatore, Brett Kavanaugh.

Quest’ultimo era stato nominato da Donald Trump come nuovo componente della Corte Suprema e – pressoché in coincidenza con l’avvio del processo di ratifica al Senato – venne accusato da tre donne (Christine Blasey Ford, Deborah Ramirez e Julie Swetnick) di aggressione e molestie sessuali per presunti avvenimenti di trent’anni prima. La bufera che ne scaturì fu poderosa. Sul fronte politico, il Partito Democratico attaccò duramente il togato, per quanto le tre accusatrici non disponessero di prove e testimonianze terze a proprio favore. Nancy Pelosi e Hillary Clinton criticarono pesantemente il giudice, mentre la senatrice Kamala Harris guidò l’opposizione alla sua conferma, facendo principalmente leva sulle accuse delle tre donne. Situazione non differente si riscontrò sulla maggior parte dei grandi media, che portarono avanti una copertura mediatica capillare, non poco partigiana e – talvolta – ai limiti dell’ossessione. Una copertura che, nel caso assolutamente similare di Tara Reade, invece non si riscontra. E sono i fatti a parlare.

Nelle due settimane successive all’accusa del 25 marzo, l’ex vicepresidente ha partecipato a una decina di interviste sui più importanti network americani (Cnn, Nbc, Abc, Msnbc) e in nessuno di questi interventi gli è stato chiesto qualcosa sulla Reade. In secondo luogo, se andiamo a fare una ricerca sul sito della Cnn, scopriremo che – digitando il nome della prima accusatrice di Kavanagh “Christine Blasey Ford” – si riscontrano oltre 600 articoli. Digitando al contrario il nome di “Tara Reade”, le occorrenze sono appena 13. È pur vero che l’arco di tempo coperto dai due casi sia differente (quasi due anni per il primo e meno di due mesi per il secondo): tuttavia, se ci fermiamo al solo periodo di settembre-ottobre 2018 (il momento più caldo del caso Kavanaugh) il sito della Cnn dà un totale di (almeno) 100 articoli.

La questione riguarda poi anche il “New York Times”. Il primo, lungo e dettagliato articolo dedicato al giudice nel settembre del 2018 uscì addirittura due giorni prima che il nome di Christine Blasey Ford divenisse pubblico: la donna aveva infatti originariamente accusato Kavanaugh in forma anonima. Al contrario, per pubblicare il primo resoconto sul caso Tara Reade, la testata ha atteso il 12 aprile del 2020: 19 giorni da quando l’accusa contro Biden era stata resa pubblica. Per giustificare questo strano ritardo, il direttore esecutivo del “New York Times”, Dean Baquet, si è appellato al fatto che Tara Reade non sia una figura nota al grande pubblico e ha lasciato conseguentemente intendere che la sua accusa non fosse notiziabile. Eppure, se questo è lo standard, non sono chiari due punti.

Il primo: anche le tre accusatrici di Kavanaugh erano sconosciute nel settembre del 2018 e questo non ha certo impedito la copertura mediatica del caso. Sotto questo aspetto, non vale neanche tirare in ballo che Kavanaugh fosse un giudice in procinto di entrare alla Corte Suprema, perché Biden è un ex vicepresidente, oltre che il probabile candidato democratico alla Casa Bianca il prossimo novembre: la rilevanza pubblica del soggetto è quindi quantomeno identica (se non addirittura superiore) a quella di Kavanaugh. In secondo luogo, lasciare intendere che le accuse della Reade non siano notiziabili per una questione di scarsa notorietà non è forse in contraddizione con i princìpi del Me Too? Quegli stessi princìpi che il “New York Times” ha sempre dichiarato di sostenere?

Ma non è tutto. Perché nell’articolo del 12 aprile su Tara Reade, Baquet ha fatto cancellare e riscrivere una frase che – in base a quanto riferito da lui stesso – è stata la campagna di Biden a chiedere di rimuovere, in quanto considerata “scomoda”. Quindi, giusto per essere chiari: un candidato alla Casa Bianca ha chiesto (e ottenuto) di rimuovere dal principale quotidiano americano una frase dal contenuto non “falso” ma “scomodo”. E ad ammetterlo è stato lo stesso direttore esecutivo del giornale. È inverosimile ritenere che, se Donald Trump avesse chiesto alla medesima testata nel 2018 di attenuare la sua dura linea contro Kavanaugh, si sarebbe gridato allo scandalo? Solo negli ultimissimi giorni la grande stampa ha iniziato ad occuparsi del caso Reade con maggiore attenzione. Vedremo che tipo di copertura verrà riservata alla faccenda nelle prossime settimane. E soprattutto vedremo come Msnbc gestirà l’intervista odierna all’ex vicepresidente che, dopo più di un mese, ha finalmente deciso di farsi interpellare sulla questione.

Ma il doppiopesismo non ha riguardato soltanto la stampa, ma anche la politica. Finora il Partito Democratico americano non ha infatti dato gran prova di sé sulla questione Reade. Kamala Harris (papabile candidata alla vicepresidenza e grande accusatrice di Kavanaugh due anni fa) si è limitata a dire: “Io parlo soltanto del Joe Biden che conosco”. Nancy Pelosi ha invece detto di essere “soddisfatta” di come l’ex vicepresidente abbia risposto alle accuse. Interrogata sul doppio standard dei democratici, la Speaker ha anche reagito in modo piccato, dichiarando: “Non ho bisogno di lezioni”. Tutto questo mentre Hillary Clinton, nel suo endorsement a Biden martedì scorso, ha ignorato le accuse. Evidentemente, per i democratici, il Me Too funziona a metà.

Stefano Graziosi

Laureato in Filosofia politica (Università Cattolica di Milano) con una tesi su Leo Strauss. Si occupa di politica internazionale collaborando con "La Verità" e "Panorama". Nel 2018, ha pubblicato il libro Apocalypse Trump. Un presidente americano tra Mao & Andreotti (Edizioni Ares).