Riflessioni semiserie (e semipolitiche) su Sanremo | PISCITELLI


Alla fine a Sanremo ha vinto la Tradizione Italiana, buon segnale. Dal festival condotto da Amadeus sono uscite avvisaglie che possono essere considerate interessanti, purché vengano interpretate senza prendersi troppo sul serio.

Le emozioni canore più forti le hanno regalate Albano e Romina e i Ricchi e Poveri: ovvero il revival degli anni Ottanta, anche col valore aggiunto del ritorno di coppia o di quartetto.

Benigni ha definitivamente stancato: il suo tentativo di strappare applausi e risate parassitando ora la Divina Commedia ora i Testi Sacri o ritenuti tali (tipo la costituzione del 1947) è sprofondato in mezzora di noia soporifera. Ormai la “spinta propulsiva del benignismo” si è esaurita.

Viceversa la femminilità solare, allegra e ruspante della bellissima albanese Alketa Vejsiu innamorata dell’Italia ha finito col prevalere sul femminismo tossico di Rula che – supportata da tutti i grandi media – aveva cercato di importare in Italia i tic della politica liberal americana, con la colpevolizzazione generalizzante del genere maschile, ma solo dei maschi bianchi italiani ovviamente, non sia mai si tocchino i mussulmani o gli immigrati africani… Invece Alketa esprime un modello di femminilità più armonica, che ricorda non solo per forme quella delle maggiorate anni Cinquanta. Ma da segnalare anche il trionfo di vitalità dell’highlander Sabrina Salerno, anche in questo caso un revival degli Anni Ottanta.

Alla fine i trapper, i trasgressivi del disagio, sono caduti uno dopo l’altro e hanno ricevuto la pernacchia di un eccellente Fiorello nel suo monologo finale. Peccato che continueranno a infestare le bacheche di youtube.

In ultimo vince un garbatissimo cantante emergente che porta con sé un motivo in stile cuore-amore:

“Sai che cosa penso,
Che non dovrei pensare,
Che se poi penso sono un animale
E se ti penso tu sei un’anima,
Ma forse è questo temporale
Che mi porta da te,
E lo so non dovrei farmi trovare
Senza un ombrello anche se
Ho capito che
Per quanto io fugga
Torno sempre a te”.

Attenzione, perché Sanremo ha sempre avuto la capacità di interpretare lo “Zeitgeist” e di anticipare di un attimo le svolte della società.

Alla fine degli anni Settanta “Gianna” di Rino Gaetano con la sua goliardia seppellì gli anni di Piombo anche nella musica; negli anni Ottanta la grande musica pop sanremese andò di pari passo con il piccolo boom del periodo craxiano, nel 2011 la canzone di Vecchioni – con espliciti attacchi a Silvio Berlusconi – anticipò il ribaltone dell’ultimo governo espressione di una chiara volontà dell’elettorato.

Non vorrei esagerare con le coincidenze, ma anche l’anno scorso la vittoria di un bravo ragazzo italo-egiziano con una canzone tutto sommato interessante venne retoricamente interpretata come la vittoria dei “nuovi italiani” e della immancabile necessità di italianizzazione massiccia di milioni di non-italiani… dopo pochi mesi venne l’attacco concentrico delle ONG e delle procure filo-ONG, il mito della capitana Karola e qualche ulteriore complicazione.

Forse sono solo coincidenze e – ovviamente – sono solo canzonette, ma davvero è interessante che la canzone esplicitamente anti-populista del tizio mascherato sia sprofondata in bassa classifica mentre abbia vinto un tradizionalissimo (quasi democristiano già nel cognome) Diodato.


Alfonso Piscitelli, docente di storia e filosofia, è collaboratore de “La Verità”.