Siamo stufi. Stufi di essere trattati come imbecilli e ritardati. Stufi delle ironie, degli sfottò sul mondo esterno che sarebbe sempre bello e migliore del nostro. Stufi di ascoltare epiteti negativi, rabbiosi, contro il nostro Paese, pardon, la nostra Nazione, pronunciati spesso con volgari e ormai banalissime metafore riguardanti gli escrementi animali.

Non ne possiamo più di vedere e sentire questa psicoesaltazione patologica dell’“altro Paese”, dell’altro continente o – come in questo caso – dell’altra razza, in ogni dove. In una canzone, in un libro, in una fiction televisiva, a messa la domenica, tra un po’ anche sui cartelloni pubblicitari.

Potrei minimamente comprendere tutto ciò se vivessimo nel Burundi (con tutto il rispetto), non se si tratta dell’Italia. Una Nazione che nemmeno il peggior malato di mente al mondo potrebbe definire secondaria nella storia dell’umanità. Una Nazione che per secoli e secoli prima della sua unificazione ha prodotto cose straordinarie, che il 95% del resto del mondo si sogna, che ha continuato a generarne negli anni della sua Unità e ha deciso di non smettere neanche dopo. Il fatto che ci sia – ad esempio – la mafia, così come tutti i difetti di cui soffre questo popolo, non smentisce questi dati di fatto.

Ernesto Galli Della Loggia, qualche anno fa, affermava che se il Conte di Cavour avesse potuto assistere al corso storico vissuto dall’Italia unita, con le sue vittorie e le sue sconfitte (la Grande Guerra, il sistema sociale e l’industrializzazione tra le prime, la disfatta del 1945 tra le seconde) non avrebbe potuto far altro che stappare una bella bottiglia di spumante e brindare senza troppi pensieri. A meno di non soffrire di qualche grossa patologia psichiatrica, s’intenda.

La stessa che certa retorica spalma ovunque, film sedicenti comici in primo piano, in quanto leggeri e fruibili, di conseguenza facilmente interiorizzabili dal pubblico.

In “Tolo Tolo”, l’ultima fatica di Checco Zalone (ammesso e non concesso di considerarla opera esclusivamente sua) gli africani sono tutti colti e gli italiani tutti ignoranti, deficienti o superficiali. Un rovesciamento francamente insopportabile, e non certo perché si abbia qualcosa contro subsahariani e simili, ma perché davvero questo psicodramma da malati mentali, oltre a non avere alcun senso di esistere, non ha – né ha mai avuto – alcun intento costruttivo. Non ci sono altri scopi se non quelli di promuovere sempre la solita, noiosa tiritera immigrazionista e anti-italiana, una lagna che non potrebbe mai far ridere forse, nemmeno con la sceneggiatura più arguta e brillante di questo mondo.

Cari Pietro Valsecchi, Luca Medici e Paolo Virzì, non avete prodotto, diretto o scritto niente di nuovo.

Sono già alcuni anni che i vostri colleghi ci frantumano occhi e timpani con le stesse idiozie. Claudio Amendola qualche tempo fa interpretava un film tv in cui ci insegnava quanto i “migranti” fossero i nostri maestri di vita, e sempre nel cinema comico Antonio Albanese faceva lo stesso con un film che ironizzava sullo slogan leghista “aiutiamoli a casa loro”, frase di assoluto buon senso facilmente etichettabile come ridicola, se ad affermarlo sono il 95% dei mezzi di informazione, della satira e dei contenuti pseudointellettuali pubblicati su carta, laddove interpellati sull’argomento.

Perfino il lavaggio del cervello a cui sono stati sottoposti gli italiani nel secondo dopoguerra (anche per opera del cinema neorealista, tanto elevato artisticamente quanto fazioso nel descrivere solo il Belpaese distrutto e non quello in ascesa come futura potenza industriale) è meno stucchevole.

La speranza è che questa narrazione insopportabile abbia i giorni contati. A giudicare dalle risate – poche – ascoltate al cinema, forse siamo sulla strada giusta.


Stelio Fergola è direttore responsabile di “Oltre la Linea