L.FORMICOLA| Chi era dietro la strage di Nassiriya


Per anni le nostre città sono state imbrattate con la scritta “10, 100, 1.000 Nassiriya”. Un messaggio carico d’odio firmato sempre dalla stessa parte politica, che nel suo Dna ha, tra le tante, l’avversione verso le forze dell’ordine. Nei giorni scorsi quello stesso sentimento è stato lanciato a profusione da padre Alex Zanotelli, missionario e pacifista. “I militari vittime dell’attentato a Nassiriya non andrebbero definiti ‘martiri'”, ha detto nel giorno in cui si ricordava l’attacco alla base Maestrale in cui morirono diciannove italiani.  

Fu un giorno di inferno, polvere, fuoco e sangue, quello che per qualcuno è stato il nostro Ground Zero. “È come se avessi perso i miei figli”, confesserà con un filo di voce il comandante generale dell’Arma, Guido Bellini. Dopo anni, però, si continua a sputare sulla tragedia, sull’onore, sulla dignità, sulla storia. E potremmo, d’altronde, metterci a discutere della libertà del sacerdote di dire quello che vuole, del fatto che resta paradossale – ma fino ad un certo punto – il pacifismo rispetto al disprezzo nei confronti di chi è morto per il proprio Paese e facendo il proprio dovere. Potremmo anche polemizzare con chi si trincera dietro la scusa che in realtà il prelato si stesse attenendo alla definizione teologica e canonica di “martire”, rispetto alle quale non risulta abbia, però, gli strumenti né l’autorità per sentenziare. Eppure a cosa servirebbe? 

“Non possiamo più stare in un Paese che abbiamo contribuito a distruggere”,  ha aggiunto, poi, il sacerdote. Ma ci ha pensato direttamente il generale Salvatore Antonio Polimeno a rispondere, a riguardo, con una bellissima lettera

E allora l’unica cosa che possiamo fare, qui, è attenerci alla storia. E raccontarla. Mandare alla memoria di qualcuno, per esempio, quel che c’era dietro quell’attentato terroristico infame. E che emerse quando il reclutatore di uno dei terroristi kamikaze di Nassirya venne arrestato in Spagna, assieme a una ventina di appartenenti a una cellula che inviava in Iraq “volontari” per la guerra santa. Ad incastrarlo fu l’identificazione, da parte del reparto scientifico dei carabinieri, del codice genetico del fratello dell’attentatore di Nassirya, Bellil Belgacem, di origini algerine. Tra gli arrestati c’era anche Mustafà Serroukh, un imam, personaggio di primo piano del radicalismo islamico in Spagna. E non venne escluso che fosse stato lui a indottrinare il kamikaze di Nassirya.

È in questo contesto che nasce l’attentanto di Nassirya, e pertanto davvero non occorrono altre considerazioni. Tranne una: non sono dei caduti, ma delle vittime del terrorismo islamico i nostri soldati. Ed erano lì per una pace da difendere dal terrore di Allah.


Lorenza Formicola, giornalista e saggista, scrive per “Il Giornale” e la “Nuova Bussola Quotidiana”.