MIELI | Non sottovalutare il terrorismo islamico che viene dall’interno


Understand the present, prepare for the future”. Con questo titolo si è tenuta la nuova edizione del noto Summit on Counter Terrorism organizzato all’International Institute for Counter Terrorism israeliano. Dalle varie interessanti sessioni che si sono concentrate maggiormente sulla minaccia terroristica nel continente europeo (e in Occidente in generale) sono emersi diversi elementi e spunti di riflessione.

In particolare il Panel “Homegrown Terrorism in the West”, in collaborazione con il Program On Extremism della George Washington University, ha dato una chiave di lettura particolare sia sul caso italiano sia di altre realtà europee. Se è vero, infatti, che i tentacoli del jihad hanno più presa nelle zone maggiormente instabili del pianeta (motivo per cui ci si concentra maggiormente sulla sicurezza dei confini), un’alta percentuale di attentati terroristici è stata perpetrata da uomini nati e cresciuti in Occidente. Secondo gli esperti, in particolare negli Stati Uniti ma anche in Europa, si starebbe sottovalutando il problema dal punto di vista “domestico”.

Oltre a questo, un altro errore comune dei suddetti Paesi è quello di credere che la radicalizzazione sia una conseguenza della mancata integrazione – un’ipotesi che si smentisce osservando la quantità di radicalizzati nei Paesi che spendono di più in programmi di inserimento per le comunità musulmane (ad esempio la Svezia). Insomma: per quanto veloce, Achille non può raggiungere la tartaruga, non se questa è sempre almeno un passo avanti.

Il dato più rilevante, poi, è quello che riguarda la condizione delle relazioni e dei contatti di chi si radicalizza. Spesso sono proprio i social network e i giri di amicizie a essere la chiave per convincere qualcuno privo di legami con le organizzazioni terroristiche a fare propria una causa così lontana.

L’Italia, specialmente di fronte a un pubblico internazionale, rappresenta un caso particolarmente interessante. Nonostante importanti fattori di rischio come la vicinanza al continente africano, la scarsità dei controlli di sicurezza, nonché la presenza del Vaticano (spesso minacciato dalla propaganda dell’Isis), Roma ha utilizzato la propria esperienza nei confronti della criminalità organizzata nonché l’uso estensivo dell’espulsione per individui con legami terroristici, per combattere con successo il rischio di attentati. Inoltre, a differenza del caso americano, l’Italia presenta in minor misura il problema dell’Homegrown terrorism. Non è un caso che tra i 141 “Foreign Fighters” trovati in Italia, solo undici sono nati nel Bel Paese e solo ventiquattro detengono la cittadinanza, mentre tutti gli altri non hanno alcun legame con l’Italia. Il vero scoglio da superare per il nostro Paese saranno le seconde generazioni, con il quale sarà senza dubbio sempre più difficile fare i conti in un sistema sempre più pervaso dalla propaganda jihadista online.


Rebecca Mieli è analista sulle questioni di intelligence e sicurezza.