GERVASONI | Conte e la retorica del “nuovo umanesimo”


È proprio il caso di dire, parafrasando Samuel Johnson, che «l’umanesimo è l’ultimo rifugio delle canaglie».

Qualsiasi modesto scolaro, che abbia sentito almeno una volta i nomi di Nietzsche o di Heidegger, arrossirebbe nel pronunciare la parola “umanesimo”, soprattutto se preceduta dall’aggettivo “nuovo”, altro solito rifugio delle canaglie. Ma anche dopo il ragionier Fantozzi («Come è umano lei!») è possibile usare ancora questo sostantivo senza mettersi a ridere?

Eppure ancora ieri il vacuo e lunghissimo discorso del presidente del Consiglio, tra asili nido (anche per immigrati) e «portfolio» era tenuto assieme solo dalla retorica dell’umanesimo, e persino dal «volto umano» del povero e incolpevole Giuseppe Saragat, che all’umanesimo ancora credeva, tanto che per tutta la vita cercò, ovviamente inutilmente, di tenerlo assieme al marxismo.

Non è un caso, del resto, che il nuovo Conte, ora svegliatosi progressista, l’abbia mutuato da un altro campione di vacuità come il presidente francese Macron. Cosa hanno in comune i due, o, per meglio dire, perché l’italiano copia dal francese? Tra le molte cose, il trasformismo hard che a Macron, ex ministro di Hollande, quindi di sinistra, ha consentito di nominare un governo guidato da ex sostenitori di Fillon (uno dei sui competitor all’elezione presidenziale), quindi di destra. È chiaro che operazioni cosi ardite e spregiudicate possono essere giustificate solo con l’ideologia della non ideologia, appunto quella dell’umanesimo, del volto umano, del restiamo umani.

L’espressione nuovo umanesimo a noi ha poi subito ricordato una celebre intervista di Benedetto Croce del 1911, in un periodo in cui l’Italia credeva di essere felix sotto il dominio di un trasformismo, quello di Giolitti: anche se certo non vogliamo paragonarlo al nostro attuale modesto avvocato. Per Croce quell’Italia giolittiana era sotto il giogo della «mentalità massonica» che «semplifica tutto», «in nome della ragione, della libertà, della umanità, della fratellanza, della tolleranza» e con queste «astrazioni» si erge a discernere il «bene dal male». «Cultura ottima per commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli», è adorata dagli «ingenui» ma soprattuto dai «furbi»: entrambi in ogni caso «pur di serbare le formule, cadono nella ipocrisia, che è ripugnante» .

Resta poi da capire cosa di «umano» vi sia in un programma che propone di riaprire le porte all’immigrazione selvaggia e la cui maggioranza è animata da “valori” come l’eutanasia e l’utero in affitto.


Marco Gervasoni , professore ordinario di Storia, è consigliere scientifico del Centro Studi Machiavelli.